"Lo sguardo sbieco. L'attenzione ai colori sfumati, la sensazione tattile della descrizione. Svelare ciò che non si vede ma che non è del tutto nascosto, mettersi in continua discussione, cadere in perpetua crisi, conoscere le proprie molteplici identità". Con queste parole si apre il seminario "Gender&Queerdom" tenutosi presso l'Università degli Studi di Bergamo. E pare sia proprio questo sguardo sbieco ciò che manca di più allo spirito critico italiano, l'incapacità di andare a svelare le sfumature, di perlustrare il difficile, di leggere fra le righe.Il problema, a quanto pare, interessa anche e soprattutto la critica letteraria italiana, che ha perso la sua funzione originaria di mediazione tra il libro e il lettore: non possiamo leggere il difficile senza essere previamente forniti di una guida. Così il difficile non viene recensito e il lettore non si addentra in qualcosa che possa impegnare la sua mente. Il compito della critica di rifornire la società di materiale sempre fresco, viene meno. Ed è nel giro di pochi anni che le collane di libri difficili falliscono, come è accaduto alla serie Blu della casa editrice Giunti: Ndiaye Marie piace per il suo vissuto e le situazioni difficili ora costituiscono la moda narcisista ed eccentrica che colpisce il pubblico. Ma il legame intellettuale si perde ed una grande autrice si sminuisce a causa di una stranezza particolarizzata che può portare solo ad una condizione di fissità fine a sè stessa, destinata a nutrire il fashion del momento.
Secondo Daniela Danieli (Università di Udine), il critico deve essere militante, come lo era stato Matthiesen, che fu capace di lasciare una traccia, di creare una continuità discorsiva destinata ai posteri. E' necessario avere il coraggio di provocare il presente, di munirsi di un individualismo combattivo, senza "edulcorare l'erotico e addomesticare lo slang afroamericano per adattarlo ai benpensanti della middle-class". Sentire il bisogno di manifestarsi in senso soggettivo, salvaguardando una sfida critica, rendendola creazione attraverso il viaggio, elevazione alla massima potenza dello sguardo sbieco.
Lo stesso concetto di sguardo sbieco è adottato anche da Marco Pustianaz, ricercatore del centro Zebra, per la lotta contro le identificazioni intellettuali in generale e sessuali in particolare: la sua è una forte volontà di ignorare il soggetto gay e lesbico là dove vuole farsi vedere, nel modo univoco in cui vuole farsi identificare. Guardarlo di sbieco, appunto, per carpirne le sfaccettature innumerevoli.
C'è da dire che, come sottolinea Donatella Izzo (centro Zebra), l'università, che dovrebbe essere il luogo della cultura per eccellenza, di sicuro non aiuta il passaggio di stimoli e la ricerca di identità e priva lo sguardo sbieco della sua forza creatrice. La trasmissione di pagine e contenuti precotti di certo non aiuta lo studente ad andare oltre le banali etichette disciplinari. E lo studente, dal canto suo, meno studia più è contento, meno deve sforzarsi e impegnarsi più si sente realizzato, meno è costretto a mettere in crisi le proprie concezioni più è il perfetto robot carico di nozioni di cui la società ha bisogno per poter dar sempre meno spazio alla cultura. Ed ecco che, come nel caso della critica letteraria, la funzione di mediazione dell'università si perde. Lo spazio accademico non è più fonte di talenti individuali, ma di menti omologate formatesi su pile di verità in pillole dispensate dai manuali. Ed è facile, poi, spacciare per progressita una pubblicità come quella contro l'omofobia divulgata dal Ministero delle Pari Opportunità, prosegue la Izzo, poichè il nostro spirito critico è stato addormentato negli anni; la pubblicità in questione nega l'arcobaleno, simbolo del movimento gay, gettando il nostro sguardo in un nero cupo e triste e usando un sistema di pensiero binario che esclude il suo contrario: o sei etero o sei gay, non si scappa. Ed ecco che, prontamente, la sessualità è ricacciata nel privato e l'omosessualità è discussa solo nella prospettiva di negazione di qualcos'altro, in questo caso dell'eterosessualità. La cosa peggiore è che poi si fa riferimento alla diversità come se si trattasse di una condizione abominevole e deleteria: "non essere tu il diverso", recita la pubblicità, quasi come se essere diversi fosse una minaccia da evitare. Siamo relegati ad uno sterile binomio, il discorso sull'identità plurima e sfaccettata è qui del tutto troncato.
E' anche vero che siamo in Italia ed è solo questo ciò che possiamo aspettarci. (e permetterci). Indagando il linguaggio pubblicitario usato e svelando l'inganno, però, è anche facile che la coscienza critica si risvegli. E forse un pò presi in giro, trovandoci davanti a questa pubblicità che di "progresso" ha ben poco, ci sentiamo.
Gian Pietro Leonardi (centro Zebra) parla dell'omosessualità come strumento di resistenza politica, parodiando la figura dell'omosessuale adone (scultoreo o leather che sia) mera imitazione degli atteggiamenti eterosessuali. Imitazione che si ritrova anche nel concetto stesso di sessualità attiva e passiva, su cui gli stessi gay decidono di fondare la propria identità sessuale. Il gay subito si trasforma in una brutta copia dell'eterosessuale, un emulatore inconsapevole che in poche mosse riesce a radere al suolo gli anni di lotta del movimento omosessuale, convertendo una valida alternativa all' eterocentrismo in una riproduzione imperfetta dell'eterosessualità stessa, nelle sue accezioni più machiste e fallocentriche possibili. Tutto questo comporta inoltre l'esclusione delle minoranze gay che escono dallo stereotipo sopra citato, come ad esempio l'emarginata figura del gay malato di aids, automaticamente tagliato fuori dal circolo vizioso del narcisismo omosessuale.
In conclusione eccola, la sensazione tattile, ecco i colori smorzati, ecco lo sguardo sbieco...
"(...)Vedo, vedo appena verso il cielo, grandi masse di nuvole,
malinconicamente lente ruotano, silenziose si espandono, si fondono
con qualche stella ogni tanto che mesta appare e scompare,
velata, lontanissima.
(o forse un parto, qualche solenne nascita immortale;
ai confini impenetrabili alla vista,
un'anima che passa)".
W.W.

Geniale.
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