giovedì 22 luglio 2010

Ermeneutica del leghista

In alcuni paesi della bergamasca, i comuni leghisti hanno deciso di reinserire i cartelli dei nomi dei paesi in dialetto bergamasco. Leggendo la notizia, una riflessione mi nasce spontanea.

Questa pienezza di potere del mito sulla lingua e della lingua sulla percezione e sulla concezione della realtà si situa nel passato preistorico della coscienza linguistica. (…) La resistenza di un’unitaria lingua canonica, consolidata dall’unità non ancora scossa del mito nazionale, è ancora troppo forte perché la pluridiscorsività possa relativizzare e decentralizzare la coscienza linguistico - letteraria. Questa decentralizzazione ideologico - verbale avviene solo quando la cultura nazionale perde il suo isolamento e la sua autosufficienza e prende coscienza di sé tra le altre culture e le altre lingue. Allora si scalzano le radici del mondo mitico di sentire la lingua, che si basa sull’assoluta fusione del senso ideologico con la lingua; sorge un senso acuto nei confronti della lingua; la lingua si rivela nella sua caratteristicità umana e, dietro le sue parole, forme e stili cominciano a trasparire le fisionomie caratteristico – nazionali e tipico – sociali e le immagini dei parlanti. La lingua da incarnazione perentoria e unica del senso e della verità si trasforma in una delle possibili ipotesi del senso.

Michail Bachtin, Estetica e romanzo

Questo estratto mi rimanda al concetto di informante nativo formulato dalla Spivak: è possibile costruire la nostra identità solo rapportandoci agli altri; ciò che gli altri sono, non lo siamo noi. Ed ecco come il concetto di forclusione si inserisce nella costruzione della nostra identità in rapporto all’alterità: sappiamo ciò che siamo perché l’altro ci mostra cosa non siamo e, automaticamente, cancelliamo immediatamente l’altro, lo escludiamo, così come l’Europeo ha fatto con il nativo africano; sottomettendo il nero, il bianco capisce di non essere nero, di non possedere le caratteristiche di "colui che ha la pelle scura", ma non ammetterà mai che la costruzione della propria identità è stata possibile solo grazie alla presenza dell'altro, in questo caso il nero, e al confronto con esso.

Estendendo la riflessione, si può affermare che il leghista utilizzi il concetto di lingua (lingua intesa come dialetto, come la intende Bachtin, in una delle sue tante accezioni) per creare il proprio mito linguistico – ideologico, consapevole che il bergamasco non è altro ma forcludendo l’altro stesso, ovvero escludendo tutto ciò che non è bergamasco ma che ha permesso che si raggiungesse la consapevolezza di ciò che è il bergamasco (semplificando: il bergamasco non è milanese ecc). Ne consegue la creazione di un’identità mitica e isolata, priva di caratteristicità umana e di verità (poiché si esclude e si nega il confronto necessario con l’altro, le altre lingue, le altre culture, le altre società).




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